Oltre le grandi marche e la moda fast-food

Non possiamo negare che in un progetto come quello che stiamo realizzando ci siano difficoltà. Soprattutto in questo Paese e nelle attuali condizioni.
Ma lo spirito che ci contraddistingue e la forza del gruppo ci spingono sempre a continuare, e soprattutto a pensare in grande. Al momento siamo impegnate nella ristrutturazione della nuova sede e non vediamo l’ora di ricominciare e mettere in atto le mille idee di ognuna.

L’altro giorno, leggendo per caso il Venerdì di La Repubblica, abbiamo trovato un articolo interessante che sembra convincerci che la strada è giusta e percorribile. La moda è in trasformazione e noi tutti dobbiamo esserne protagonisti! 🙂

Riportiamo di seguito le parole di Valentina Della Seta del 4 gennaio 2013 (per chi non avesse la possibilità di leggerlo da sé).

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Il Venerdì 4 gennaio 2013, Valentina Della Seta, Elizabeth Cline

“ABITI DI LUSSO O LOW COST? MEGLIO IL FAI-DA-TE
LA PROVOCAZIONE DELLA GIORNALISTA ELIZABETH CLINE: RICICLO, ARTIGIANATO E CORSI DI CUCITO CONTRO IL CONSUMO SFRENATO NELL’ABBIGLIAMENTO RISCHIOSO PER LA SOCIETA’ E L’AMBIENTE”Mi sembra ridicolo lodare Michelle Obama per il fatto che indossa vestiti delle grandi catene e dal prezzo accessibile a tutti” ha detto all’Huffington Post la giornalista Elizabeth L. Cline, autrice di Overdressed: The Shockingly High Cost of Cheap Fashion (Portfolio Penguin editore, pp.244, euro 17). “La realtà è che l’industria dei vestiti e dei tessuti è in crisi da almeno dieci anni. Allora perché siamo così eccitati quando vediamo la First Lady in abiti importati di cattiva qualità?”.
La rete non ha perdonato a Cline la sua affermazione: i commentatori meno aggressivi l’hanno accusata di essere invidiosa dello stile di Mrs Obama, altri addirittura di razzismo.
Ma il libro di Cline racconta meglio di una battuta polemica il suo pensiero. E’ l’estate del 2009. La giornalista si trova in un negozio di una grande catena, a New York: “Ero davanti a uno scaffale” scrive Cline nell’introduzione “dal quale decine di paia di ciabattine pendevano come frutti. Per quanto ne sapevo, quelle scarpe potevano essere cresciute lì, su quell’albero di ferro. Non avevano storia, né origini. E, per mia fortuna, erano state ribassate da quindici a sette dollari al paio”. E’ solo dopo averne acquistate sette paia, averne indossate cinque e averne lasciate due nell’armadio perché ormai passate di moda, che l’autrice comincia a riflettere: “Mentre i vestiti diventano sempre più economici, ne consumiamo sempre di più. Nel 1930 in America una donna possedeva in media nove outfits. Adesso acquistiamo una media di sessanta pezzi di abbigliamento a testa ogni anno.” Ripensando ai nostri nonni, che nel 1900 avevano un solo paio di scarpe per tre fratelli, questa evoluzione non sembra poi tanto male. Ma è vero anche che l’impatto sociale e ambientale di questo tipo di produzione e consumo sfrenati ha un peso: “Petrolio e acqua stanno finendo” spiega Cline, “i ghiacciai si sciolgono, abbiamo alterato il clima forse per sempre. La Cina, dove la maggior parte dei vestiti sono prodotti, è in crisi ambientale e sulla via di consumare più fibre e risorse legate alla moda di quanto non facciano gli americani. I problemi legati all’industria dei vestiti in Occidente si moltiplicano rapidamente in ogni parte del mondo”. Ma, se da una parte ci sono i vestiti firmati (che quasi nessuno può permettersi) e dall’altra la moda fast-food, la soluzione quale potrebbe essere? Cline pensa all’artigianato, al riciclo e ai corsi di cucito, in crescita a Brooklyn, “frontiera” secondo il New York Times, “del movimento del fai-da-te”, e dove i residenti fanno il pane in casa, allevano polli per le uova e ristrutturano da soli le proprie abitazioni. “Per quanto mi riguarda” racconta Cline nelle ultime pagine del libro “lentamente la mia vita e il mio guardaroba sono cambiati. E quando le persone mi chiedono informazioni su un vestito che indosso ho finalmente una storia da raccontare“.
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